LA PAGINA DI CARLO
Ho raccolto da e-mail e da altri siti alcuni frammenti di testimonianze che mi sono piaciute. Ho scelto in base alla mia sensibilità, sono parole di persone che sono state nella SGI e hanno deciso di uscirne. Naturalmente ci saranno altre centinaia di persone che ci restano e potrebbero parlarne benissimo. Esistono siti, in effetti, dove si incontrano testimonianze di questo tipo. Normale, il mondo è vario e non tutti ricavano le stesse impressioni dalle stesse esperienze; diciamo che qui ho raccolto le idee di chi non è rimasto soddisfatto. Un omaggio alla democrazia e al pluralismo, ecco tutto.
Indice
Franco
... la Gakkai appariva un luogo dove si hanno tutti gli strumenti per modificare in qualsiasi modo qualsiasi aspetto della nostra vita. Una simile convinzione, ovviamente tutta da verificare e in definitiva illusoria, mi incantava e mi faceva sentire forte: potevo controllare la mia vita, portarla ovunque volevo, diventare una persona diversa da quella poco amata che ero. Non era forse questo ciò che avevo sempre sognato e aspettato: uscire dalla mia pelle, dai miei limiti e condizionamenti, e diventare un altro? Bene, ero nel posto giusto!
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E quando capitava che tale forza fiduciosa si attenuasse, mi bastava leggere una o più di quelle frasi così solenni e investite di una luce mistica: "l'inverno si trasforma sempre in primavera", ad esempio. Oggi mi parrebbe folle tenermi su in questo modo. Una sorta di ottimismo verbale. Qualche volta ha funzionato davvero, ma ora che tutto è lontano la sensazione prevalente è che l'ottimismo verbale mi abbia più che altro rinforzato nell'attesa di quel cambiamento epocale che sarebbe certamente arrivato. Una attesa fiduciosa che riempiva un tempo, altrimenti insostenibilmente vuoto, di "attività per Kosen Rufu", ossia quella grande varietà di occupazioni (meeting, segreteria, staff, dipartimenti, centri di settore...) gran parte delle quali ha fondamentalmente l'unico scopo e l'unico significato di auto-alimentarsi e, tutte insieme, di alimentare l'organizzazione. Viste in distanza, alcune attività non avevano più senso che spaccare pietre sotto il sole e portarle da un posto all'altro. Eppure nel farle, io sentivo sempre dentro che, intanto che stavo lì a "lavorare per Kosen Rufu", i miei obiettivi andavano avanti da soli sull'onda di una grande buona fortuna. Anche negli occhi degli altri leggevo quella sensazione. Ciò conferiva a quelle attività una atmosfera strana: era come se nessuno fosse lì davvero per essere lì, e che tutti avessero in mente i loro obiettivi che avanzavano, e questo fosse il vero carburante di tutto quel darsi da fare. Ma, ecco il paradosso, proprio questa motivazione auto-riferita, in definitiva egoistica, faceva moltiplicare gli sforzi nell'attività. Eravamo tutti lì a darci da fare, a cercare di andare d'accordo con persone impossibili, a far quadrare cerchi umani e cognitivi, ma ognuno era come sordo e cieco, perché tutti i suoi sensi erano proiettati sui "benefici".
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La buddità... quante volte ho pronunciato questa parola. Dal momento che (pare) essa non può essere descritta a parole, ognuno può usare a suo piacimento il termine, con esso riferendosi ad una sorta di super-potere e super-conoscenza di cui proviamo bisogno per i nostri scopi. E poco importa se per l'interlocutore "buddità" è qualcos'altro. Sicuramente anche per lui significa comunque "il massimo". Nella Gakkai, in quel vociare continuo tra membri, ciascuno capisce l'altro grazie a frasi e termini mai definiti del tutto, in modo che ciascuno li investa affettivamente usando i suoi significati. Parliamo di me: buddità per me voleva dire arrivare a tutto il meglio che speravo per me: ovvio che mi brillassero gli occhi ogni volta che pronunciavo la parola buddità! E cosa potevano capire i miei interlocutori? Esattamente ciò che volevano capire: per Tizio, poter portare a letto ogni donna che gli piacesse, per Caio fare l'attore, per Sempronio sposarsi e avere due bambini e fare l'avvocato e abitare in campagna. Contornati da fan entusiasti e plaudenti che dicono "ce la farai, ce la farai"!Katrin
Ho avuto contatto con la SGI per la prima volta quasi due anni fa. A Freiburg, nel mio ambiente di lavoro, ho conosciuto un membro della SGI. Ero già interessata e in qualche modo affascinata dal buddismo, però non ne sapevo molto e non conoscevo nessun buddista. Quando lui mi ha raccontato che "praticava il buddismo" e stava preparando una mostra sui diritti umani, sono diventata curiosa e ne volevo sapere di più. Finalmente, mi ha invitata a una "riunione di ospiti" (shakubuku). Lì, mi piacque subito il suono del recitare e l'atmosfera, anche se mi sembrava un po' strano. Però mi colpiva il fatto che la gente fosse gentilissima. Dopo, mi hanno invitata sempre più spesso alle riunioni e alle feste e ho conosciuto tanta gente che mi parlava della pratica. Quel mio collega mi regalava regolarmente ogni numero della rivista "Forum" (corrisponde a "2001"), ed io cominciavo a leggere libri sul buddismo. (Posso raccomandare "The vision of the buddha" di Tom Lowenstein e "The eternal legacy" del monaco inglese Denis Lingwood.)
Dopo sei mesi ho recitato Daimoku e fatto Gongyo per la prima volta. Senza alcun problema, riuscii a fare subito Gongyo quasi perfettamente (come mi dicevano, un segno sicuro che avessi già praticato il Vero Buddismo nelle mie vite scorse).
In un modo incerto, tutta la SGI e la pratica mi sembravano strane. Avevo sempre il sospetto che fosse troppo facile per essere vero. Ma mi dicevano che dovevo provare se funzionava. Provai allora quando stavo facendo gli esami. Non andavano benissimo e dicevo che ovviamente il buddismo non aveva funzionato proprio e che lo sapevo anche prima. Ma fui informata che "bisogna avere fiducia". Chiesi come si potesse avere fiducia prima di avere ottenuto la prova, siccome tutti stavano dicendo che bisognava avere scopi e provare se funzionava. Non ho mai ricevuto una risposta convincente. Leggendo "Forum" mi chiedevo se fosse normale che quasi tutti i membri avessero tali problemi psichici. Alla fine di quasi ogni rivista c'è una "esperienza", dove la gente racconta le meravigliose cose che ha vissuto grazie al "buddismo". Mi pareva spesso che la gente o non era nemmeno in grado di superare piccolissimi problemi della vita perché erano ipersensibili o semplicemente superstiziosi. Invece dicevo a me stessa che era normale che ci si indirizzi alla religione quando si sta male, e che forse mi mancava la compassione. In ogni caso non volevo identificarmi con loro.
Man mano mi colpivano altre cose che non mi sembravano logiche. Prima pensavo che non sapevo ancora abbastanza sul buddismo per potere risolvere le contraddizioni. Invece sapevo davvero più cose della maggior parte degli altri che erano così convinti e non erano per niente disturbati di certe cose che -secondo me - non erano congruenti col concetto buddista. Ero così ingenua da credere che la gente, che quasi tutta era laureata e abituata a studiare le cose precisamente, fosse interessata di discutere e esaminare la dottrina. Per esempio nessuno poteva spiegarmi perché recitare Daimoku potesse migliorare il mio karma. Nonostante questo, l'idea mi pareva seducente, che ci fosse un mezzo così semplice e piacevole per superare qualsiasi problema e che il Gohonzon mi proteggesse. Non avevo problemi seri, ma pensavo che fosse utile sapere cosa fare nel caso che... Inoltre mi hanno impressionata le donne della SGI a Freiburg che mi sembravano talmente forti e sempre sembravano sapere cosa volevano.
Pensavo a entrare nella SGI e a ricevere il Gohonzon, ma non riuscivo a decidermi. Avrei voluto il Gohonzon però non volevo essere membro di una organizzazione su cui non ero informata benissimo. Avevo tante volte chiesto lo statuto della SGI (da giurista sapevo che un'associazione registrata è tenuta ad avere uno statuto), ma non l'ho mai visto. Chiesi anche se bisognava pagare un contributo all'associazione come dappertutto. Ovviamente non era obbligatorio, ma non ci credevo. Quando invece per caso ho sentito che fare "zaimu" migliorava il karma, ho avuto il sospetto che forse non tutto era solo altruismo nella SGI. Nessuno era pronto a spiegarmi le gerarchie della organizzazione ed ero sorpresa quando ho imparato che quasi tutto il mio gruppo di donne consisteva delle responsabili. Alla fine avevo perfino l'impressione che con una certa arroganza la SGI pretendesse la validità esclusiva della propria "fede". Mi disturbava che i leader fossero quasi tutti giapponesi e che tutti i soldi per costruire "centri culturali" in Germania venissero dal Giappone. Ho amici giapponesi che evitano perfino di parlare con membri della Soka e chi mi hanno detto che in Giappone sono ritenuti fondamentalisti. Per tutte queste ragioni non sono entrata.
Non so se la SGI sia pericolosa, però siccome la gente si crea un mondo e una religione finta, sono sicuramente potenziali soggetti di manipolazione. Non ho in effetti ancora conosciuto nessuno che abbia sofferto un danno. Anzi a Freiburg non ci sono strutture molto fisse e la gente non vuole tanta tutela dal Giappone.Sono uscito dalla SGI nel 1994, dopo 3 anni. Iniziai, come tanti, in un periodo di mia crisi depressiva ed attratto dal buddismo, come fenomeno culturale e foriero di una nuova e più ricca maniera di vivere. Fui quasi subito deluso dalla spaventosa povertà culturale anche dei dirigenti e dalle contraddizioni dei loro enunciati. Circa Ikeda, non mi sono mai fatto illusioni, mi sembrava un venditore, e, l'altr'anno, grazie ad Internet, ho scoperto che, in effetti, lo era. Della SGI, in realtà ho apprezzato le amicizie (di cui forse, avevo bisogno, per aprirmi di più. . . ). Per tagliare i ponti con la SGI ho anche cambiato numero di telefono, cancellandomi dall'elenco degli abbonati. Continuo ad amare il buddismo ed anche il taoismo, ma, credo, senza fenomeni di attaccamento. Sì, in effetti colsi subito la grande contraddizione della SGI, tra il porsi obiettivi terreni ed essere buddista! Proprio l'antitesi dell'insegnamento buddista! Con mie personali ricerche e letture capii il ruolo molto limitato, nell'ambito del buddismo, sia della SGI, che della Nichiren e, se vogliamo, anche del "Sutra del fiore del loto". Non parliamo, poi, delle assurdità, sulle quali, tra noi, molti ironizzavano, su "come praticare", "maratone di daimoku", etc. etc... Decine di appuntamenti settimanali (giovani donne, giovani uomini, etc. etc) per sentirsi impegnati; di fronte a mie richieste di interventi concreti di umanità e solidarietà, risposte del tipo: "È sufficiente praticare bene. . . ". Dei poveretti con gravi problemi, anche psichici o di alcolismo, cullati nell'illusione di uscirne fuori (e questo è, per me, un delitto!). Ho assistito, impotente, alla rovina economica di una mia amica che per le cavolate della figlia, innamorata di un uomo, e persa in mille incarichi organizzativi nella SGI, è stata costretta a mettere un'ipoteca sulla casa! (Era il suo karma -mi rispondevano- "Colpa delle precedenti vite!").
Vincenzo
mi chiamo Vincenzo, sono un ingegnere. Ho conosciuto la Soka Gakkai nel '95 in un periodo non brillante della mia vita, come del resto è accaduto alla maggior parte delle persone che lì ho conosciuto, ed ho praticato in modo non continuativo fino a novembre del '98. Ho letto con molto interesse le pagine Web di Franco Nanni e concordo con la sua analisi sui metodi di controllo mentale e comportamentale e sul sistema di premi-punizioni che la Soka Gakkai utilizza e che non hanno nulla a che fare col Buddismo.
Non voglio qui parlare delle motivazioni, in parte decadute, che mi hanno portato ad aderire al Buddismo propagandato dalla Soka Gakkai ma di ciò che ho visto all'interno della organizzazione, e di cui sono stato vittima nei quattro anni che ho praticato.
In questi quattro anni sono riuscito sempre a mantenere, ed è stato questo il mio più grande beneficio!, un atteggiamento critico e una capacità di analisi di fronte a tutto ciò che veniva propinato durante le riunioni. Ero per questo motivo entrato nella tipologia Gakkaiana delle persone che hanno problemi con l'organizzazione!
Il membro tipico di questa organizzazione è viceversa colui che beve tutto ciò che gli si dice; nel caso contrario gli viene detto dal responsabile di turno che è in preda agli attacchi dei demoni, (ultimamente alle frasi fatte si è aggiunta questa che è bellissima: 'hai il tuo piccolo Nikken dentro che devi sconfiggere') che non otterrà benefici etc..., fino ad ottenere la sua completa schiavizzazione mentale. Il membro tipico ha dei bisogni da soddisfare e la paura indottagli dal responsabile di non realizzare benefici lo rende potenzialmente succube. Questo è condizionamento mentale cioè correzione o annullamento dei pensieri di una persona, perchè giudicati negativi, al fine di uniformare il suo pensiero a quello del gruppo.
Il demone, il tuo piccolo Nikken..... , è come dire che sei indiavolato!
A proposito della vicenda Nikken-Ikeda mi sarebbe piaciuto saperne di più ma da fonti indipendenti; non certo attraverso i libelli che ultimamente circolavano nell'organizzazione il cui scopo era quello di trasferire nei membri un punto di vista preconfezionato. Ho sorriso di fronte alle ondate di Daimoku che venivano organizzate al Kaikan, in occasione delle udienze del processo Nikken-Ikeda, il cui scopo era, come mi è stato detto da un membro, 'sconfiggere l'unico grande male' dentro e fuori. Si proprio così! perchè, per coinvolgere le persone era stato infatti loro detto che tutti hanno un piccolo Nikken dentro da sconfiggere. Frasi come queste hanno lo scopo di indurre nelle persone un sentimento di paura e di qualcosa che non sono in grado di definire, non essendo il mio campo, pur avendone intuito l'enorme potere condizionante. Sono rimasto stupito quando, in una delle ultime riunioni cui ho partecipato, dopo essere stata data la notizia che il Patriarca Nikken era stato ricoverato in ospedale per un tumore (notizia che non ho avuto modo di verificare), ho visto uomini gioire per la malattia di un altro uomo. Pazzesco! Per quanto riguarda i benefici credo che la Soka Gakkai sia una formidabile associazione dispensatrice di benefici. Ricordo l'esperienza di una responsabile, in sintesi: "recitavo Daimoku perchè avevo bisogno di una automobile e mi è stata regalata". In seguito ho scoperto che le era stata regalata da un'altro membro. Un'altro raccontò una volta di essere riuscito a guadagnare dieci milioni in un mese. Scoprii che i lavori, faceva l'imbianchino, gli erano stati procurati dal suo responsabile di gruppo, titolare di una agenzia immobiliare. C'è nei membri della Soka un forte desiderio di credere che il Gohonzon funzioni, a prescindere dal fatto che realmente funzioni o no o di cosa esso realmente sia, che li porta a costruire e ad autocostrursi i cosidetti benefici. Questo bisogno collettivo di darsi e di chiedere ai nuovi adepti la prova concreta conduce a raccontare esperienze come quelle che ho riportato. Che cosa c'entri il poi il Buddismo con i benefici materiali è argomento tutto da approfondire.
Riguardo lo shakubuku (parlare ad un'altra persona del Buddismo della Soka) ho notato che viene fatto a persone sofferenti, a psico-labili (nonostante che ufficialmente sia sconsigliato), a persone con gravi problemi di relazione perchè su questo tipo di persone riesce ad attecchire con relativa facilità, mentre ho l'impressione che su persone con una solida personalità e situazione interiore esso non abbia successo. Certo che viene il dubbio che la Soka approfitti della debolezza di queste persone, che certamente hanno bisogno d'aiuto, per attirarle a sè e che sfrutti i loro bisogni per mantenerle legate all'organizzazione.
Quando poi i benefici non arrivano il membro è pronto a darsi mille giustificazioni pur di continuare a credere; in gran parte gli vengono suggerite dai suoi compagni di fede o dal suo responsabile, persone capaci di affrontare e e gestire situazioni di dubbio e di confusione. Nascono allora giustificazioni del tipo: non hai recitato con abbastanza fede/la tua fede è debole; il Gohonzon sa cosa veramente serve alla tua vita; devi sforzarti di fare più attività; ma quanto Daimoku reciti? etc. Queste frasi e altre hanno il potere di legare ancora di più il malcapitato adepto alla organizzazione, inseguendo l'illusione che solo all'interno della organizzazione egli possa realizzare i suoi obiettivi. Quando poi si prende la decisione di uscirne, come è accaduto a me, e si cerca di parlarne, manifestando i propri dubbi e le proprie ragioni alle persone che un tempo ti erano vicino, ottieni solo muri, frasi fatte per sospendere il ragionamento e anche 'auguri' di sfortune.
Ti rendi allora conto che il bene che queste persone dicevano di volerti era condizionato; dapprima ci stai male poi sei contento di aver scoperto come realmente sono.
Ho letto di recente l'articolo apparso su Avvenire, settembre 98, quotidiano cattolico, dal titolo: "Niente panico, è un formaggino", in occasione del convegno Cesnur sul fenomeno sette, dove hanno parlato Introvigne e Faiv:<<Prima che un problema di polizia è un problema culturale, insistono Introvigne e Faivre, di "formazione del consumatore", che deve abituarsi a distinguere "l’alimento sano dal formaggino avariato" nel grande self-service spirituale che ormai sta diventando questo nostro povero mondo.>>
Sono d'accordo sul fatto che ormai la religione è un prodotto, una merce come qualunque altra; voglio però ricordare che esistono delle leggi a tutela del consumatore per garantire la qualità di ciò che si compra, per non trovare sullo scaffale del supermercato il formaggino avariato. Credo che una forma di controllo dello Stato su questa 'merce' sia auspicabile; ma questo è solo un mio pensiero.
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