LA PAGINA DI CARLO
Storia di una uscita
La mia uscita dalla Gakkai ha comportato aspetti emotivi e psicologici complessi, sui quali preferisco lasciare un velo di silenzio, di privacy, di intimità. Voglio invece raccontare lo svolgimento dei fatti che hanno accompagnato la mia decisione di uscire dalla Gakkai pur continuando la pratica di Nichiren che avevo mantenuto già da dieci anni.
La prima fase è stata quella di presa di coscienza: sono sempre stata una persona che ha “tradotto” in termini accettabili per la mia sensibilità e la mia cultura tutte le cose indigeste che circolavano nell'organizzazione (guide, forme organizzative, modi di fare , etc.). Questo mi ha permesso non solo di restare membro per tutti quegli anni, ma anche di creare un gruppo e poi più gruppi abbastanza numerosi di praticanti. Mi ero così ritagliata spazi un po' defilati rispetto alla burocrazia Gakkai, spazi dove provare modi diversi di trovarsi, di raccontarsi non solo “esperienze” ma pezzi di vita, dolori, dubbi. Per anni ho pensato che se l'organizzazione non era sempre granché, questo era dovuto all'inerzia o alla cattiva comprensione di singoli, ma poi in fondo la direzione in cui ci si muoveva era, anzi doveva essere quella giusta. Ma negli ultimi mesi di permanenza nella Gakkai ho dovuto cambiare idea per almeno due motivi: innanzitutto, leggendo nuovi libri e comunicando con altri buddhisti Nichiren, ho iniziato a scoprire che gran parte delle cose “indigeste” non avevano in realtà nulla a che fare con qualsiasi filosofia buddista e nemmeno con quella di Nichiren! E poi la SGI stava cambiando, sì, ma in peggio: innovazioni sempre più tecnocratiche, atteggiamenti sempre più schematici e posticci, indicazioni provenienti dai vertici della SGI sempre più ristrette e retrive hanno iniziato a farmi dubitare che la leadership SGI fosse poi ciò che diceva di essere. Assieme a questa crescente consapevolezza, sempre più aumentava l'impressione che gli spazi di autonomia, di sperimentazione e di speranza iniziassero inesorabilmente ad avere un sapore da “primavera di Praga”. Il disagio cresceva, e così, ben prima che gli ideali carri armati dell'ortodossia Soka entrassero in quegli spazi, ho fatto la prima mossa annunciando l'intenzione di uscire dalla Gakkai.
Dopo questo annuncio, c'è stata una prima, breve fase di effervescenza, in cui continuavo a vedere e sentire le persone colle quali avevo praticato fino a pochi giorni prima, specialmente alcune che provavano i miei stessi disagi e che di lì a poco sarebbero anche loro uscite dall'organizzazione.
È iniziata poi una fase di... “pioggia”: ogni giorno venivo messa al corrente, senza averlo nemmeno chiesto, di commenti, giudizi, iniziative private o pubbliche riguardanti il mio gesto. Molte persone avevano iniziato ad allontanarsi e a non comunicare più con me, nonostante fossero proprio coloro che prima sentivo al telefono quasi quotidianamente, e dalle quali ricevevo spesso (non richiesti) attestati di stima per la mia opera di responsabile; erano proprio loro, adesso, a sentirsi in dovere di dare pubblicamente spiegazioni del mio gesto che non solo non avevano ricevuto da me, ma erano anche false, offensive, tanto da ferirmi in aspetti molto intimi di me; la cosa è stata tanto più sgradevole perché si trattava per lo più di persone che conoscevo molto bene e da lunga data, e nelle quali avevo sempre avuto fiducia e stima.
La fase culminante della “pioggia” è stata la convocazione di un meeting generale della città in cui vivo tenuto da un grosso leader della Gakkai venuto apposta da Firenze. A tale meeting , molti credevano, sarei stata invitata anch'io per poter spiegare il mio punto di vista. Era ovviamente un'illusione. In qualche modo sono venuta in possesso di una registrazione di quella riunione, ed ha rappresentato veramente uno dei punti più bassi di tutta la vicenda. Tutto era improntato a grande fair play, nessun attacco personale, tutto ben ovattato. Ma è stato orrendo sentire gli interventi di persone che in privato, con me, avevano detto di accettare e in qualche modo comprendere il mio gesto, e ora, in pubblico, se ne distanziavano con un tale zelo! Per non parlare delle spiegazioni “dottrinali” dell'alto responsabile fiorentino, in particolare quelle sul Dai Gohonzon. Egli ha ammesso chiaramente che esso NON è stato inciso da Nichiren, contraddicendo una linea SEMPRE sostenuta fino ad allora. Ed è stato orrendo constatare che NESSUNO si sia alzato in piedi per dire "ma come! ci avete sempre detto il contrario!". Nessuno! Del mio compagno l'alto responsabile ha detto che "evidentemente non aveva sviluppato abbastanza lo studio"; ma troppe persone lo conoscevano bene per aver seguito le sue spiegazioni in tanti meeting di studio, e qualcuno lo ha interrotto per smentirlo. "Allora si vede che non ha studiato con la fede", è stata la risposta; del resto costui non conosceva minimamente il mio compagno. Dunque era ormai chiaro che quel meeting aveva un solo scopo: rinserrare le fila, mettere delle pezze a una dottrina non proprio coerente (grazie anche alla passività di gran parte dei membri) e contribuire a demolire la nostra immagine, noi, persone fino a poco prima portate in palmo di mano da tanta elite SGI che ora era lì intenta (ma velatamente, con stile) a insultarci.
E infine c'è stata la fase del “dopo”, del silenzio e della nuova consapevolezza. Silenzio di quel telefono che prima squillava di continuo e ora, dopo, dopo la “pioggia”, dopo tutto, taceva. Poche persone hanno sentito il bisogno di chiedere chiarimenti a me personalmente, e colpisce che l'abbiano fatto non quelle più vicine e amiche, ma semplicemente quelle meno fedeli all'organizzazione. Ma con la rimanente parte di coloro che tanto spesso erano nella mia casa a recitare, a parlare, a condividere qualche pezzo di vita, settimana dopo settimana i rapporti si diradavano e poi cessavano in imbarazzati silenzi.